Parlando di anca, la prima cosa necessaria è fare una piccola distinzione: nel linguaggio comune il termine identifica sia la regione anatomica che collega il tronco alla coscia che l’articolazione che ne fa parte, che ha la funzione di permettere il movimento della coscia stessa.

Quest’ultima in medicina porta invece il nome di articolazione coxo-femorale, perché unisce il cotile dell’osso iliaco, una cavità ossea che ha la forma di una coppa, con la testa del femore.

L’anca è una parte molto delicata del corpo perché l’articolazione coxo-femorale deve permettere un ampissimo raggio di movimenti alla coscia e viene spesso sottoposta a forze notevoli, per esempio quando si corre o si salgono le scale.

L’artrosi dell’anca è infatti una delle patologie ortopediche più diffuse, specialmente nei pazienti che hanno superato i 60 anni, e l’intervento di impianto della protesi è certamente fra i più frequenti in ortopedia.
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Cos’è la displasia congenita (evolutiva) dell’anca

La displasia dell’anca è una patologia caratterizzata dalla tendenza della testa del femore a dislocarsi dalla sua sede naturale, all’interno del cotile. Ha la sua origine durante la fase fetale, prima ancora della nascita, e continua ad evolvere nel corso dei primi anni di vita. In pratica, l’articolazione coxo-femorale si sviluppa in maniera anormale fin da prima della nascita.

Con il passare del tempo, la patologia evolve in modo graduale ed è per questo motivo che personalmente preferisco utilizzare il termine “displasia evolutiva”. Specialmente se non è trattata correttamente, in seguito questa patologia può causare problemi importanti come l’instabilità articolare e lo sviluppo precoce dell’artrosi. La displasia congenita dell’anca ha una incidenza molto superiore nelle femmine, con un rapporto di cinque casi a uno.
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L’importanza di una diagnosi precoce

Fino a quando il bambino non è in grado di camminare, la displasia dell’anca rimane ovviamente asintomatica ma è ugualmente possibile diagnosticarla attraverso un’ecografia, che si effettua appositamente a 10-12 settimane dalla nascita. L’ecografia non comporta alcun rischio e fa parte degli esami di routine che vengono solitamente eseguiti sul neonato.

Il motivo per cui è molto importante effettuare una diagnosi così precoce è che in questa fase è quasi sempre possibile correggere il problema senza alcun trattamento invasivo, utilizzando un semplice strumento ortopedico (una cintura o un tutore, a seconda dell’opportunità). Se la patologia viene invece diagnosticata quando il bambino ha già cominciato a camminare, è più probabile che sia necessario ricorrere alla chirurgia per risolvere il problema in modo definitivo.
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I sintomi della displasia

Il principale segno clinico della patologia nel neonato è il tipico rumore di “scatto” che si può percepire quando si effettua la manovra di Ortolani, una semplice procedura che si effettua già in sala parto o che la maggior parte dei pediatri effettua durante la prima visita neonatale.

Verso il quarto o quinto mese di vita questo segno tende ad attenuarsi e scomparire ma si potrebbero notare asimmetrie nei glutei e l’eccessiva mobilità dell’arto, sebbene essi siano elementi non sempre facili da valutare, per un occhio non allenato.

Più tardi, dopo l’anno di vita, ci potrebbe essere un ritardo nell’iniziare la deambulazione autonoma, dovuto alla debolezza dell’articolazione. Nel corso dei primi anni di vita di solito è comunque possibile intervenire e risolvere il problema o, per lo meno, alleviarlo significativamente anche nei casi più seri.

Se invece la patologia non è diagnosticata durante l’infanzia o è trascurata, può portare nell’adulto ad una seria instabilità articolare, alla lussazione cronica dell’articolazione interessata e ad altre conseguenze importanti come il valgismo del ginocchio [la deviazione del ginocchio verso l’esterno] e alcune malformazioni dell’apparato muscolo-scheletrico.
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Displasia dell’anca e artrosi secondaria

La displasia è una delle cause più importanti di artrosi precoce dell’anca e può determinare la comparsa di questa patologia anche in età molto giovane: in alcuni casi il dolore e l’instabilità articolare si possono manifestare fin dalla prima adolescenza.

Anche una lieve displasia congenita, se non è trattata correttamente, può avere conseguenze importanti nell’adulto. Se non è corretta entro il decimo anno di età, il paziente può solamente cercare di prevenire gli altri fattori di rischio per artrosi ed instabilità dell’anca: evitare il sovrappeso e le attività fisiche che potrebbero incidere sull’usura dell’articolazione e mantenere la muscolatura dei glutei e del bacino in un buon tono, per supplire alla probabile debolezza articolare.
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Le soluzioni terapeutiche: fisioterapia

La fisioterapia può essere una soluzione adatta per alleviare i sintomi della displasia e della conseguente artrosi ed allo scopo di ritardare il momento in cui sarà necessario programmare l’intervento chirurgico. Come abbiamo visto, la displasia accelera significativamente la degenerazione cartilaginea che causa l’artrosi. Passata l’età infantile, l’unica soluzione definitiva a questo problema è quindi l’impianto di una protesi d’anca.
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L’approccio chirurgico nell’adulto

Se nel bambino è ancora possibile adottare una strategia che permetta di utilizzare l’approccio chirurgico per influenzare positivamente l’evoluzione della patologia, nell’adulto che subisce le conseguenze della displasia questa modalità è ovviamente impossibile. Talvolta capita anche che, nonostante il trattamento precoce, negli adulti che hanno sofferto della displasia la degenerazione avvenga comunque più rapidamente che nelle altre persone.

L’intervento di protesi d’anca è uno standard consolidato di trattamento per l’artrosi. Le moderne protesi meccaniche, se utilizzate con i dovuti accorgimenti, hanno un ciclo di vita medio intorno ai 20 anni e sono comunque strutturate in modo da renderne più semplice la sostituzione, nei rari casi in cui si rende necessaria.
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Visita specialistica: la scelta della protesi e lo studio delle alterazioni dei tessuti molli

Rivolgersi ad uno specialista qualificato, che abbia una significativa esperienza specifica, è molto importante: sulla base della sua esperienza potrà consigliare la protesi più adatta alle esigenze del singolo paziente. Uno specialista esperto sarà anche in grado di individuare le alterazioni che possono nel frattempo essere sopravvenute nei tessuti molli [come i muscoli ed i tendini] a causa della lussazione e dell’instabilità cronica, e di scegliere la strategia più efficace per normalizzare la situazione.
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Il decorso post operatorio

L’anca operata riprende di solito una parte della sua funzionalità in tempi molto rapidi, fin dal giorno successivo alla procedura chirurgica. La fase di riabilitazione, che è importante quanto la buona riuscita dell’intervento stesso per conseguire il miglior risultato possibile, inizia da questo momento. Dopo 4 o 5 giorni dall’intervento il paziente è di solito dimesso dall’ospedale ed è in grado di svolgere nuovamente la maggior parte delle attività in piena autonomia, pur camminando con l’aiuto delle stampelle.

Nei pazienti che hanno un problema derivante dalla displasia d’anca, la fase di riabilitazione ed in particolare l’impegno e la costanza nelle sedute di fisioterapia sono ancora più importanti del normale. La loro condizione ha infatti conseguenze che possono avere un impatto maggiore della sola artrosi sulla meccanica dell’articolazione e sulla muscolatura che ne permette i movimenti.
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