ANCA

L’articolazione dell’anca è costituita da una porzione quasi sferica all’estremità prossimale del femore che si articola con la superficie interna di una cavità presente sull’osso pelvico che si chiama acetabolo.

La cartilagine articolare, liscia e lubrificata dal liquido sinoviale, fornisce una superficie di carico sostanzialmente priva di attriti.

Un’importante struttura muscolo-tendinea assicura una notevole capacità funzionale dei movimenti articolari.

In condizioni normali l’articolazione dell’anca permette attività che vanno dalle più comuni [sedersi] a quelle maggiormente specializzate [calciare un pallone].

Le patologie dell’anca

Sfortunatamente l’articolazione è sensibile ad anomalie di sviluppo [esiti displasia congenita] e a lesioni di natura meccanica [coxartrosi] e biochimica [necrosi della testa femorale] che sono fattori in grado di scatenare un processo infiammatorio/degenerativo.

L’infiammazione dell’anca è frequente, può essere sintomatica e causare problemi nella vita quotidiana fino al 2% della popolazione adulta.

Benché le possibili cause di infiammazione dell’anca siano numerose, il risultato finale è sempre la degenerazione della cartilagine articolare attraverso una particolare combinazione di mediatori infiammatori cellulari.

I potenziali fattori scatenanti di questa “cascata” sono di natura meccanica [alterazioni strutturali da anomalie di sviluppo come la displasia congenita dell’anca, microtraumi ripetuti o traumi gravi] o biochimica [infezione, malattie autoimmuni o difetti metabolici, osteonecrosi].

La diagnosi

È di fondamentale importanza porre una diagnosi accurata già in fase precoce della patologia, quando le strategie terapeutiche possono prevenire o ritardare una degenerazione irreversibile.

Due tappe fondamentali nel trattamento della patologia infiammatoria dell’anca sono state l’utilizzo dell’acido acetilsalicilico nella metà dell’Ottocento [con il conseguente sviluppo di potenti farmaci anti-infiammatori] e i progressi di Sir John Charnley nell’artroprotesi dell’anca nei primi anni ’60, una procedura chirurgica ritenuta attualmente il più efficace intervento degli ultimi 30 anni.

La protesi d’anca

La protesi d’anca è attualmente l’intervento ricostruttivo dell’anca più comunemente effettuato, la sua efficacia nell’alleviare il dolore ed invertire il deficit funzionale è senza pari.

Nel considerare l’indicazione ad una protesi d’anca è fondamentale indagare numerosi aspetti legati alla storia clinica del paziente ed effettuare un accurato esame clinico per assicurarsi che i sintomi siano da riferire all’articolazione coxo-femorale.

Il paziente con un dolore elettivo all’anca indica generalmente il versante anteriore della regione inguinale con il dolore che aumenta con l’attività ed il carico e si può irradiare verso il ginocchio; normalmente i movimenti di rotazione e flessione aumentano il dolore; nei casi più gravi l’articolazione oltre che dolente è limitata o bloccata.

Ovviamente la scelta chirurgica nel trattamento di una patologia degenerativa dell’anca non può limitarsi solo alla singola articolazione, ma deve considerare anche il paziente nella sua globalità, quindi indagare la coesistenza di uno stato immunodepresso, di un disturbo della coagulazione, di una patologia diabetica, di un disturbo neurologico in atto e così via, elementi fondamentali nel gestire al meglio un intervento e il decorso successivo.

Le informazioni sulla progressione della gravità della coxalgia (dolore anca) e del deficit funzionale e della deambulazione possono essere un’utile guida alla scelta del momento appropriato per l’operazione; un concetto che deve essere chiaro è che è il paziente ad essere convinto e deciso, la scelta chirurgica non deve mai essere imposta, ma il paziente deve capire e partecipare attivamente ad ogni passo che conduce e che segue la chirurgica.

Le domande cruciali per decidere come muoversi sono:

  • quanto è intenso il dolore all’anca?
  • quanto a lungo il paziente riesce a camminare?
  • il paziente utilizza un bastone?
  • riesce a salire le scale autonomamente o utilizza sempre il corrimano o una stampella
  • indossa le calze da solo, si siede su qualunque sedia senza problemi, sale e scende dalla macchina con facilità?

Ma forse la domanda più importante è: “la sua attuale situazione dell’anca è accettabile?

La risposta a questa domanda può essere illuminante e può aiutare il paziente a scegliere.

Visita Specialistica per la protesi d’anca

La visita clinica inizia senza una manipolazione.

Viene esaminata l’andatura del paziente, la ricerca del dolore/fastidio nell’alzarsi da una sedia, nel salire sul lettino; si valuta la lunghezza degli arti, eventuali deformità, lo stato muscolare. Il resto dell’esame richiede una manipolazione per indagare stato vascolare, neurologico ed articolare.

La radiografia rimane il principale strumento diagnostico per l’anca, importante è valutare inoltre una radiografia della colonna lombosacrale.

Le informazioni raccolte con questi radiogrammi in associazione all’esame obiettivo rappresentano solitamente tutto il necessario per una pianificazione preoperatoria completa; per eventuali deformità dell’arto inferiore (pregressa frattura, displasia…) si rende necessario uno studio radiografico completo dal bacino alle caviglie per determinare l’asse anatomico/meccanico ed il compenso relativo.

Lo studio TAC deve essere rivolto a quei pazienti che presentano un deficit osseo del bacino o con una notevole deformità (grave displasia).

La Risonanza Magnetica è utile per diagnosticare un’osteonecrosi della testa femorale. L’obiettivo principale di un intervento di protesi d’anca è di eliminare il dolore e la disabilità.

Il candidato ad una protesi non ha risposto positivamente al trattamento conservativo (farmaci, infiltrazioni, fisioterapia).

Preparazione all’intervento di protesi d’anca

Un passo ulteriore prima di procedere all’intervento è la pianificazione preoperatoria per ridurre al minimo le complicanze ed ottimizzare la ricostruzione.

Si ottiene o con software adeguati o con i “classici” ludici che permettono di calzare la protesi con forma e misura adeguata all’articolazione del paziente.

A questo punto l’operazione rappresenta a tutti gli effetti la partenza di un lungo viaggio, il paziente si affida al chirurgo nella prima parte di quest’esperienza; la fiducia da parte del paziente e la massima dedizione ed impegno da parte del chirurgo rappresentano gli elementi fondamentali. La seconda parte del viaggio vede invece il paziente come assoluto protagonista con l’impegno quotidiano nel far esercizi, nel testare progressivamente la sua “nuova” articolazione.

Ho usato il termine nuova tra virgolette perché è un concetto che voglio spiegare.

Da una parte è vero che rimuovendo la parte di osso/cartilagine degenerata si fornisce una nuova struttura al paziente, ma è altrettanto vero che l’anca non è fatta solo da osso e cartilagine, ma anche dal complesso muscolo-tendine che deve essere salvaguardato e mantenuto, quindi la protesi d’anca è in parte una nuova articolazione ed in parte deve rimanere la stessa, rispettando e mantenendo i tessuti molli del paziente.

Questo concetto è fondamentale nella ricerca della mini-invasività, che non vuol dire solo ferita chirurgica piccola, ma vuole significare rispetto dei tessuti che non si vedono perché sotto pelle ma fondamentali nella guarigione e nel proseguo della funzione della protesi; il rispetto dei tendini, dei muscoli, della capsula articolare sono concetti cruciali.

La via chirurgica rappresenta un primo passo verso la mini-invasività ma non solo, è l’approccio globale che conta, dall’incisione al posizionamento dei divaricatori, dalla coagulazione alla rimozione di osteofiti, dal mantenimento di osso senza essere troppo demolitivi nell’inserimento della protesi alla rimozione di detriti per evitare calcificazioni, dal controllo durante l’intervento delle tensioni dei tessuti molli alla sutura per strati.

Un mio credo è che quando opero un paziente devo sempre pensare, soprattutto perché l’età è diminuita dei pazienti che affrontano l’intervento ed è aumentata l’aspettativa di vita, che tra decenni possa essere rioperato, quindi essere “chirurgicamente gentili” è necessario per garantire un’ottimale gestione anche in un lontano futuro.

La protesi d’anca ha ottenuto notevoli risultati clinici, specialmente con le innovazioni introdotte negli anni ’90. 
I progressi sono stati fatti nel campo delle componenti, nella tecnica di inserimento e tutti hanno contribuito ad elevate percentuali di successo.

Approfondisci l'argomento

coxartrosi

scopri di più >

necrosi testa femorale

scopri di più >

esiti displasia congenita

scopri di più >

revisione protesi anca

scopri di più >

Risolvi ora il tuo problema con una visita specialistica