L’articolazione coxofemorale, più comunemente detta articolazione dell’anca, unisce l’estremità dell’osso iliaco, che prende il nome di acetabolo, con la testa del femore.

L’articolazione dell’anca è fra le più importanti del corpo umano: consente di effettuare azioni indispensabili nella vita di ogni giorno, come camminare o guidare.

D’altra parte, si può certamente dire che sia anche fra le più soggette al deterioramento, sia perché è molto mobile, proprio allo scopo di permettere un ampio raggio di movimenti alla gamba, sia perché è frequentemente sottoposta a sforzi e piccoli traumi.

Di conseguenza, l’articolazione fra osso iliaco e femore può essere danneggiata in molti modi diversi.

Non di rado, soprattutto [ma non esclusivamente!] nelle persone anziane, si assiste al deterioramento delle strutture cartilaginee che servono a stabilizzare le articolazioni e a minimizzare gli attriti che si verificano quando le superfici ossee scivolano l’una contro l’altra.
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La protesi d’anca

Quando l’articolazione è danneggiata e non risponde più alle esigenze di mobilità articolare del paziente, se gli specialisti ritengono vi sia l’opportunità, è possibile effettuare l’intervento chirurgico per sostituire l’articolazione con una protesi.

La protesi d’anca può sostituire, a seconda della necessità:

  • la sola testa del femore in questo caso è detta endoprotesi;
  • l’intera articolazione: artroprotesi.


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Visita specialistica protesi d’anca

Il danno articolare si manifesta attraverso sintomi dolorosi, che esordiscono lentamente.

Le prime volte di solito si avvertono a seguito di uno sforzo prolungato o, al contrario, dopo un periodo di riposo [per esempio la mattina, dopo aver dormito].

La visita specialistica è indispensabile allo scopo di valutare il danno funzionale che l’articolazione ha riportato e di individuare una strategia terapeutica adatta, la “strada” più comoda da percorrere.

Le domande cruciali per decidere come muoversi sono:

  • quanto è intenso il dolore all’anca?
  • quanto a lungo il paziente riesce a camminare?
  • il paziente utilizza un bastone?
  • riesce a salire le scale autonomamente o utilizza sempre il corrimano o una stampella
  • indossa le calze da solo, si siede su qualunque sedia senza problemi, sale e scende dalla macchina con facilità?

Ma forse la domanda più importante è: “la sua attuale situazione dell’anca è accettabile?

La risposta a questa domanda può essere illuminante e può aiutare il paziente a scegliere.

Lo specialista valuta infatti insieme al paziente obiettivi, tempi e modalità del trattamento chirurgico soprattutto sulla base delle esigenze e delle sensazioni del paziente stesso.

All’esordio, la prima tecnica con la quale si tratta l’anca è quasi sempre di tipo conservativo e spesso consiste nell’assunzione di antinfiammatori ed in procedure riabilitative come la fisioterapia.

Questa strategia consente in molti casi di tenere sotto controllo i sintomi per lunghi periodi, ritardando così la necessità di affrontare l’intervento chirurgico.

Purtroppo, però, la natura degenerativa ed irreversibile del processo determina la necessità di sostituire l’articolazione nella maggior parte dei pazienti.

L’esperienza di un ortopedico specializzato è determinante perché gli permette di individuare il momento più opportuno per procedere al trattamento.
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Protesi d’anca: diagnosi per l’indicazione chirurgica

La protesi d’anca è necessaria soprattutto quando, per via del dolore o dell’instabilità articolare, la funzionalità dell’articolazione è irrimediabilmente compromessa.

Quando la degenerazione arriva a questo punto, aspettare ancora potrebbe portare a danneggiare irrimediabilmente anche le altre articolazioni che interessano gli arti inferiori, che sarebbero sottoposti a carichi superiori alle loro possibilità per supplire alla debolezza dell’anca.

Le patologie che più comunemente causano una simile degenerazione sono le seguenti:

  • la coxartrosi o artrosi dell’anca è una infiammazione cronica delle cartilagini che si trovano fra la testa del femore e l’acetabolo e che, con il tempo, porta al loro assottigliamento. L’attrito che si genera è molto doloroso. Si tratta di una delle patologie articolari più comuni in assoluto ed è molto diffusa soprattutto nella fascia d’età fra i 60 e gli 80 anni;
  • il confitto femoro-acetabolare deriva da difetti anatomici osteo-articolari dovuti a malformazioni congenite o a errate calcificazioni dell’osso conseguenti a traumi. In questa condizione, la testa del femore e l’acetabolo aderiscono in modo non normale, creando attriti che nel lungo periodo contribuiscono a creare ulteriore usura;
  • la displasia dell’anca, detta anche lussazione congenita dell’anca, di solito è diagnosticata nei bambini. Per via di una malformazione congenita, la testa del femore e la capsula acetabolare non collimano perfettamente e l’articolazione risulta così instabile. Se non è trattata precocemente, la displasia dell’anca può trascinarsi fino all’età giovanile o adulta, aumentando esponenzialmente l’occorrenza di lussazioni e sublussazioni.

I danni all’articolazione coxofemorale sono semplici da diagnosticare: il dolore e l’eventuale instabilità dell’articolazione si possono individuare attraverso una normale visita specialistica. Per verificare l’entità del danno ed elaborare una strategia adatta alle esigenze del paziente, spesso si ricorre alla radiografia, alla TAC ed alla risonanza magnetica.
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Intervento chirurgico di protesi d’anca: le 6 domande più importanti

  • Quali sono i risultati che è possibile ottenere con l’intervento di protesi d’anca?

L’intervento per la sostituzione dell’articolazione dell’anca ha alte percentuali di successo: la quasi totalità dei pazienti riferisce di essere pienamente soddisfatto dei risultati, per via della netta diminuzione del dolore e della possibilità di svolgere nuovamente in autonomia tutte le attività della vita quotidiana.

  • Quanto è importante il ruolo della riabilitazione post-operatoria?

La fisioterapia è fondamentale in tutte le fasi della patologia e può essere indicata dal medico anche in preparazione all’intervento: i risultati del trattamento dipendono in buona parte dall’impegno del paziente nel seguire i programmi di riabilitazione e le indicazioni del medico specialista, e dalle sue condizioni generali di salute.

  • Potrò andare a casa sulle mie gambe? Quanto dura la degenza in ospedale?

In genere, nel giro di 24-48 ore il paziente è in grado di alzarsi e camminare in autonomia, con l’aiuto delle stampelle.
Per essere certi della buona riuscita dell’intervento e con il fine di minimizzare la possibilità di complicanze, di solito i medici trattengono il paziente per 3-5 giorni.

  • È possibile che la protesi debba essere sostituita a sua volta?

L’affidabilità delle protesi moderne e la loro durata, comunemente misurata nell’ordine di grandezza dei decenni, rendono improbabile che sia necessario ricorrere ad un secondo intervento.

In alcuni casi di pazienti giovani, è comunque possibile prendere gli accorgimenti necessari perché un eventuale secondo intervento sia più semplice.

  • Quali accorgimenti sono necessari dopo l’impianto della protesi?

Nelle prime fasi della riabilitazione dopo l’intervento, di solito è necessario camminare con le stampelle per 2-4 settimane, dopodiché si può ricorrere al bastone da passeggio.
Chi pratica diligentemente gli esercizi e le indicazioni per la riabilitazione dovrebbe essere nuovamente in grado di guidare e di tornare al lavoro dopo 4-6 settimane. Dopo circa 3-4 mesi, la maggior parte dei pazienti ha recuperato del tutto ma i tempi possono variare significativamente ed è necessario attenersi all’opinione dello specialista.

  • Ci sono attività che non possono più essere svolte?

Le attività ad alto impatto sull’articolazione sono certamente da sconsigliare, in particolar modo nei primi 6-12 mesi dopo l’intervento.
La protesi ha lo scopo di riprodurre fedelmente la funzionalità dell’articolazione originale; tuttavia, sollecitazioni e traumi come quelli che possono derivare, per esempio, dagli sport di contatto, potrebbero danneggiare irrimediabilmente il lavoro del chirurgo. Per lo stesso motivo, il ritorno ad attività usuranti o d’impatto potrebbe non essere accordato dallo specialista per un certo lasso di tempo.
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Operazione chirurgica di protesi d’anca

L’intervento per l’impianto della protesi coxofemorale si esegue in anestesia totale, oppure in anestesia epidurale con sedazione; dura di solito circa 60 minuti e la tecnica con cui viene eseguita è mini-invasiva, per un’attenta e razionale gestione dei tessuti molli peri-articolari e per garantire un recupero funzionale più veloce e confortevole [riduzione del dolore post-operatorio, riduzione delle perdite ematiche, precoce mobilizzazione].

In alcuni casi selezionati è possibile svolgerlo con una procedura mini-invasiva, con una riduzione significativa dell’impatto estetico ma soprattutto dei tempi di recupero dopo l’operazione.

L’obiettivo principale dell’intervento è comunque il miglioramento delle capacità motorie, dell’autonomia e della qualità di vita del paziente e l’annullamento o almeno una importante riduzione del dolore, sia a riposo che durante l’attività fisica.
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Il decorso post-operatorio

Grazie alle moderne tecniche di chirurgia, il periodo di degenza ospedaliera dopo l’impianto della protesi è oggi ridotto a tre-cinque giorni e per il paziente è spesso possibile camminare [con le stampelle] il giorno stesso dell’intervento o il giorno immediatamente successivo.

Stampelle e terapia anticoagulante [una normale procedura per prevenire la formazione di trombi dopo le operazioni chirurgiche] si abbandonano di solito dopo circa 4-6 settimane, tempo dopo il quale si può riprendere anche il lavoro d’ufficio [se è sedentario, altrimenti i tempi si possono allungare].

Il parere del medico e il programma riabilitativo proposto dovrebbero guidare le azioni di tutti i pazienti, allo scopo di minimizzare gli effetti secondari dell’intervento ed accelerare al massimo i tempi di recupero.
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