Una percentuale significativa di italiani, nel corso della loro vita, si trovano ad affrontare l’intervento chirurgico per l’impianto di una protesi d’anca.

La sostituzione dell’articolazione con una protesi è una necessità piuttosto comune, specialmente nelle persone che hanno superato i 60 anni.

Questo tipo di trattamento chirurgico può contribuire a migliorare significativamente la qualità della vita di persone che, in caso contrario, perderebbero gradualmente la capacità di camminare e quindi la possibilità di condurre un’esistenza completamente autonoma.

La coxartrosi è infatti una patologia degenerativa, la cui progressione irreversibile rende la protesi l’unica soluzione praticabile nel lungo periodo.

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Fallimento di una protesi d’anca: perché è limitato?

Di norma, la protesi d’anca che viene impiantata non ha alcuna necessità di essere sostituita per tutto il resto della vita del paziente.

L’intervento chirurgico è delicato: se è svolto da un chirurgo super specializzato, una moderna protesi – scelta, posizionata correttamente e utilizzata in maniera appropriata – ha una durata di vita superiore ai 20 anni.

Il progressivo dilatarsi dell’aspettativa di vita e l’aumentato numero di pazienti giovani che si debbono sottoporre all’intervento hanno però reso assai più numerosi, proprio in questi ultimi anni, il numero dei casi in cui si rende necessario operare una revisione o una sostituzione.
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Revisione di una protesi d’anca: le cause

Nonostante le moderne tecnologie siano riuscite a creare protesi di altissima qualità, la fisiologia dell’anca sottoposta ad intervento di protesi è comunque ben diversa da quella naturale.

Per questo motivo, ci possono essere moltissimi fattori che possono influenzare il cattivo funzionamento di un impianto protesico.

Alcuni esempi sono:

  • il naturale allentamento delle parti mobili, che può essere accelerato dallo stress dovuto all’utilizzo e che causa l’instabilità dell’anca;
  • la lussazione della protesi, che può essere dovuta all’usura o a movimenti impropri;
  • l’utilizzo eccessivo, in sovraccarico, che talvolta si registra nei pazienti più giovani o in forte sovrappeso [per motivi diversi, ovviamente!];
  • l’infezione, che può essere dovuta per esempio alla colonizzazione delle superfici da parte di batteri.

Il paziente che lamenti un aumento del dolore, un cambiamento nella posizione dell’impianto o una diminuzione nella sua funzionalità, si presenta dallo specialista per esporre il suo problema; talvolta, il dolore ed il malfunzionamento possono estendersi all’intero arto inferiore, coinvolgendo soprattutto il ginocchio.
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La diagnosi

La situazione deve essere valutata a partire dall’esame dei sintomi che il paziente riferisce.

Un’infezione o un malfunzionamento meccanico possono manifestarsi anche attraverso il rossore o la sensazione di calore localizzata fra anca e ginocchio.

La radiografia serve in seguito a stabilire l’entità del problema dal punto di vista dell’allineamento con gli altri elementi anatomici ma anche a controllare che non vi siano perdite di massa ossea o problemi nel legame fra osso ed impianto.

Esami del sangue e prelievi di liquido articolare possono essere infine utilizzati allo scopo di indagare la presenza di eventuali infezioni a livello locale.
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Visita specialistica per revisione protesi d’anca

La visita specialistica ha lo scopo di permettere al chirurgo di analizzare il paziente ed i dati oggettivi del problema, e di scegliere con lui o lei la strategia più adatta per risolverlo in modo definitivo.

In sede di visita lo specialista ha bisogno di valutare attentamente lo stato generale del paziente e la condizione dell’arto da operare, sia dal punto di vista neurovascolare che della funzionalità meccanica, tenendo in considerazione tutti i gli imprevisti che si potrebbero manifestare durante l’intervento e negli anni successivi.
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Revisione di una protesi d’anca: le alternative

Le tecniche alternative alla sostituzione della protesi d’anca usurata, come per esempio la riparazione o la sostituzione di una parte di essa, sono di norma utilizzate solo in casi particolari.

Infatti, l’utilizzo di queste tecniche è molto complesso e nella maggior parte dei pazienti una simile strategia non sarebbe affatto vantaggiosa rispetto alla procedura di sostituzione, soprattutto in termini di efficacia dei risultati.

La fusione articolare o artrodesi può a volte essere indicata per risolvere i sintomi dolorosi ma riduce ovviamente la capacità del paziente di muovere l’articolazione.

L’artrodesi non è quindi indicata se non nei pazienti che hanno limitate esigenze di movimento o quando le altre alternative non siano percorribili.

D’altra parte, le procedure di revisione della protesi, pur essendo più complesse di quelle che riguardano il primo impianto, hanno comunque un tasso di successo molto alto.
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Trattamento non chirurgico

È molto raro che il malfunzionamento di una protesi si possa risolvere in modo definitivo senza ricorrere ad una procedura chirurgica.

D’altra parte, l’utilizzo di stampelle o di tutori che aiutino a controllare l’instabilità ed i sintomi dolorosi può essere un buon espediente temporaneo per dare sollievo al paziente.

Questa strategia può servire ad avere il tempo di attuare tutte le procedure, anche diagnostiche, per una programmazione attenta dell’intervento.

Di solito, a meno che non vi siano particolari controindicazioni, consiglio però ai pazienti di sottoporsi prima possibile all’intervento di revisione, perché tentare un approccio differente potrebbe portare ulteriori deterioramenti del tessuto osseo intorno alla protesi e compromettere definitivamente le possibilità di impiantarne una nuova.

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Intervento di reimpianto della protesi d’anca

L’intervento di sostituzione della protesi d’anca deve prendere in considerazione entrambe le parti della protesi, sia la parte che si inserisce sulla testa del femore che la parte che sostituisce il cotile.

È imprescindibile che lo specialista valuti la qualità dell’osso esistente al momento della revisione ed effettui la rimozione delle componenti protesiche guaste.

L’intervento si conclude con la ricostruzione dell’osso residuo e dei tessuti molli e con la fissazione delle nuove componenti all’osso.

È normale che l’accesso chirurgico per la procedura di revisione sia di lunghezza maggiore rispetto a quello utilizzato per il primo impianto; di conseguenza, anche la cicatrice avrà dimensioni superiori.
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Riabilitazione e convalescenza

Nella gran parte dei casi, la terapia fisica di riabilitazione ha inizio a meno di 24 ore dall’intervento, proprio per valorizzare il lavoro svolto durante il trattamento chirurgico.

La riabilitazione sarà simile a quella effettuata a seguito dell’intervento di primo impianto della protesi, anche se non è raro che il chirurgo consigli una maggiore cautela, per minimizzare il rischio di rovinare il nuovo impianto protesico.

Il percorso di riabilitazione per un simile trattamento è ovviamente molto variabile.
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