Gli elementi che dovrebbero portare lo specialista a pensare che una revisione di protesi di ginocchio sia opportuna, anche dopo il periodo di riabilitazione dall’intervento chirurgico, sono:
Nel corso del periodo di riabilitazione, il discorso è differente: è molto importante fare attenzione ai progressi effettuati dal paziente e valutare correttamente eventuali “passi indietro”.
Un significativo aumento del dolore o la diminuzione della funzione articolare sono segni che non possono comunque essere ignorati ed indicano, per lo meno, la necessità di una seria rivalutazione del problema.
Anche il gonfiore e l’arrossamento persistente che non tendono a diminuire nelle settimane post-chirurgiche sono da tenere in attenta considerazione.
Oltre alla clinica esistono poi diagnosi strumentali quali:
L’indicazione a quali esami diagnostici eseguire e con quali tempistiche, è data sempre dallo specialista.
Le nuove tecnologie hanno notevolmente semplificato questo tipo di interventi e, un chirurgo specializzato che lavora in un centro di riferimento, dovrebbe essere in grado di affrontare la maggior parte delle difficoltà che si possono manifestare.
D’altra parte, la procedura di revisione di una protesi di ginocchio resta comunque più complessa rispetto a quella per l’impianto della prima protesi, perché l’attenzione del chirurgo deve rivolgersi non solo al “cambio della protesi”, ma anche alla gestione del tessuto osseo periprotesico e dei tessuti molli, ovvero legamenti, muscoli e tendini.
Negli ultimi anni, decine di migliaia di protesi articolari sono state impiantate nel nostro paese, alleviando il dolore delle persone colpite da gonartrosi e consentendo loro di recuperare l’uso dell’articolazione che ne era interessata.
L’aumento dell’età media della popolazione ed il progresso tecnologico determinano un costante aumento del numero degli interventi: attualmente in Italia sono più di 150.000 i pazienti che vi si sottopongono ogni anno.
Le protesi di nuova concezione sono realizzate sulla base dell’esperienza accumulata in questi anni e sono sicure ed affidabili, ma purtroppo non sono indistruttibili: esiste sempre la possibilità che si debba intervenire una seconda volta per sostituirle.
Questo tipo di intervento, chiamato revisione di protesi di ginocchio, in passato era molto rischioso e veniva sconsigliato alla maggior parte dei pazienti, ma negli ultimi dieci anni le cose sono cambiate. Vediamo in che modo.
La procedura chirurgica di impianto di protesi di ginocchio è uno standard consolidato ormai da decenni, con una percentuale molto alta di successo.
I pazienti sono soddisfatti del risultato nella grande maggioranza dei casi e, a condizione che seguano le indicazioni del team multidisciplinare rispetto al comportamento da tenere nel periodo di riabilitazione, riescono a recuperare buona parte della funzionalità articolare.
Ad ogni modo, è possibile, in rari casi, che si verifichino alcune condizioni che compromettono la guarigione ottimale dall’intervento.
Generalmente la sintomatologia avvertita si risolve con terapie riabilitative mirate; in caso contrario, si parla di fallimento dell’impianto, per cui può essere necessario un ulteriore intervento.
Le complicazioni che possono portare al fallimento sono diverse, illustrate più nel dettaglio di seguito.
Esistono diversi motivi per i quali può rendersi necessario un secondo intervento di revisione di protesi di ginocchio: le protesi che vengono impiantate oggi sono molto resistenti con una durata compresa tra i 10 e i 20 anni, ma non sono indistruttibili.
Vediamo le cause principali del fallimento della protesi, che possono quindi suggerire un intervento di revisione.
Esiste una possibilità che un’infezione si verifichi dopo la procedura, come per tutti gli interventi chirurgici.
I sintomi possono essere diversi, tra cui:
Possono essere visibili, inoltre, segnali di mobilizzazione dell’impianto con le radiografie, l'osteolisi periprotesica.
La mobilizzazione asettica della protesi di ginocchio, detta anche scollamento protesico o loosening, è un’occorrenza che può risultare particolarmente dolorosa.
La protesi, infatti, viene fatta aderire all’osso del paziente per mezzo di una miscela di polimetacrilato, che serve a mantenerla in posizione.
Talvolta, per motivi non sempre chiari, questo processo non avviene e la protesi si “scolla” dall’osso, senza che si verifichi un’infezione.
Quando l’osso si rompe vicino alla protesi è spesso necessario un nuovo intervento, allo scopo di garantire il corretto funzionamento della stessa.
Modalità e strategie dipendono da molti fattori come la posizione della frattura e la qualità del tessuto osseo.
Una percentuale di pazienti può avere problemi con la funzionalità della protesi, per esempio perché si forma un eccesso di tessuto cicatriziale che blocca i movimenti dell’articolazione o perché i legamenti sono troppo deboli per mantenere la protesi nella giusta posizione.
L’intervento di revisione è differente in ogni caso.
Generalmente si esegue l’incisione su quella precedentemente effettuata, ma di dimensioni maggiori: in seguito si procede con la:
che circonda la vecchia protesi, generalmente di bassa qualità.
In caso di infezione, è previsto l’inserimento di un cemento antibiotico, che verrà rimosso con il successivo intervento di impianto della protesi.
Le componenti protesiche, infine, possono essere maggiormente riempitive, in base al quantitativo di osso che viene rimosso in precedenza.
La soddisfazione nel lungo periodo può essere alta ma sarebbe poco corretto alimentare eccessive aspettative nel paziente: non sempre il reintervento ha una efficacia paragonabile a quella del primo impianto, soprattutto in termini di recupero funzionale.
La maggiore complicazione della seconda procedura è, infatti, la maggiore rigidità, per cui il raggio dei movimenti può risultare inferiore.
