Negli ultimi anni, decine di migliaia di protesi articolari sono state impiantate nel nostro paese, alleviando il dolore delle persone colpite dall’artrosi e consentendo loro di recuperare l’uso dell’articolazione che ne era interessata.

L’aumento dell’età media della popolazione ed il progresso tecnologico determinano un costante aumento del numero degli interventi: attualmente in Italia sono più di 150.000 i pazienti che vi si sottopongono ogni anno.

Le protesi di nuova concezione sono realizzate sulla base dell’esperienza accumulata in questi anni e sono sicure ed affidabili, ma purtroppo non sono indistruttibili: esiste sempre la possibilità che si debba intervenire una seconda volta per sostituirle.

In passato questo tipo di intervento era molto rischioso e veniva sconsigliato alla maggior parte dei pazienti, ma negli ultimi dieci anni le cose sono cambiate. Vediamo in che modo.
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Cos’è la gonartrosi

L’artrosi di ginocchio o gonartrosi è una malattia che è causata dalla degenerazione delle cartilagini che servono a proteggere le superfici articolari del ginocchio.

Può interessare entrambe le articolazioni che fanno parte di questo complesso articolare: quella fra tibia e femore e quella fra femore e rotula.

Nella maggior parte dei casi le caratteristiche dell’artrosi indicano che l’intervento chirurgico sia la soluzione “best-standard” del problema e quando colpisce il ginocchio si rende spesso necessario sostituire l’articolazione con una protesi articolare.
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Le cause e i sintomi della gonartrosi

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La degenerazione delle cartilagini può essere causata da molti fattori, ma nella diagnosi di solito si opera una distinzione fra cause di tipo traumatico (fratture, colpi, incidenti, cadute o i molti microtraumi causati dall’allenamento quotidiano), più comuni quando la diagnosi è effettuata in persone più giovani, e le cause legate al naturale invecchiamento dei tessuti, ovviamente più diffuse in persone anziane.

Il dolore, il gonfiore e la rigidità articolare sono i principali sintomi che possono far pensare alla gonartrosi.

Purtroppo, una delle caratteristiche dell’artrosi di ginocchio è l’assenza di sintomi riconoscibili, almeno nelle sue prime fasi.

Non di rado i sintomi si evidenziano in una fase non precoce della malattia, quando è già tardi per recuperare la situazione senza escludere a priori, procedure invasive come l’intervento per l’impianto di una protesi.
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L’intervento chirurgico di protesi di ginocchio

La procedura chirurgica è uno standard consolidato da decenni per il trattamento della gonartrosi e nei centri specializzati ha una percentuale molto alta di successo.

I pazienti sono soddisfatti del risultato nella grande maggioranza dei casi e, a condizione che seguano le indicazioni del team multidisciplinare rispetto al comportamento da tenere nel periodo di riabilitazione, riescono a recuperare buona parte della funzionalità articolare.
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Le cause che portano ad una revisione

Esistono comunque motivi per i quali può rendersi necessario un secondo intervento: le protesi che vengono impiantate oggi sono molto resistenti e dovrebbero durare per decenni, ma non sono indistruttibili. Vediamo le cause principali del fallimento della protesi, che possono quindi suggerire un intervento di revisione.

  • Infezione: esiste una possibilità che un’infezione si verifichi dopo la procedura, come per tutti gli interventi chirurgici. In questo caso può rendersi necessario un secondo intervento di revisione;
  • loosening (scollamento protesico): la protesi viene fatta aderire all’osso del paziente per mezzo di una miscela di polimetacrilato, che serve a mantenerla in posizione. Talvolta, per motivi non sempre chiari, questo processo non avviene e la protesi si “scolla” dall’osso, un’occorrenza che può anche essere molto dolorosa;
  • frattura: quando l’osso si rompe vicino alla protesi è spesso necessario un nuovo intervento, allo scopo di garantire il corretto funzionamento della stessa. Modalità e strategie dipendono ovviamente da molti fattori come la posizione della frattura, e la qualità del tessuto osseo.
  • rigidità o instabilità articolare: una percentuale di pazienti può avere problemi con la funzionalità della protesi, per esempio perché si forma un eccesso di tessuto cicatriziale che blocca i movimenti dell’articolazione o perché i legamenti sono troppo deboli per mantenere la protesi nella giusta posizione. In questi casi spesso una procedura di revisione si rende necessaria.

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La diagnosi di revisione

Gli elementi che dovrebbero portare lo specialista a pensare che una revisione sia opportuna anche dopo il periodo di riabilitazione dall’intervento chirurgico, sono l’aumento improvviso del dolore ed il peggioramento della funzionalità della protesi.

Nel corso del periodo di riabilitazione, il discorso è differente: è molto importante fare attenzione ai progressi effettuati dal paziente e valutare correttamente eventuali “passi indietro”.

Un significativo aumento del dolore o la diminuzione della funzione sono segni che non possono comunque essere ignorati ed indicano, per lo meno, la necessità di una seria rivalutazione del problema.

Anche il gonfiore e l’arrossamento persistente che non tendono a diminuire nelle settimane post-chirurgiche, sono da tenere in attenta considerazione.

Oltre alla clinica esistono poi diagnosi strumentali quali:

  • esami del sangue specifici;
  • radiografie con proiezioni corrette;
  • scintigrafia ossea con leucociti marcati o tecnezio.

L’indicazione a quali esami diagnostici eseguire e con quali tempistiche, è data sempre dallo specialista.
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Il candidato ideale

Le nuove tecnologie hanno notevolmente semplificato questo tipo di interventi ed un team medico con il giusto livello di specializzazione dovrebbe essere in grado di affrontare quasi tutte le difficoltà che si possono manifestare.

D’altra parte, la procedura di reintervento resta comunque più complessa di quella per l’impianto della prima protesi perché l’attenzione del chirurgo deve rivolgersi non solo al “cambio della protesi”, ma alla gestione anche del tessuto osseo peri-protesico e dei tessuti molli (legamenti, muscoli, tendini).
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L’intervento chirurgico di revisione ed i risultati a lungo termine

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La maggior parte dei pazienti è comunque assolutamente candidabile all’intervento di revisione, con buone percentuali di successo.

La soddisfazione nel lungo periodo può essere alta ma sarebbe poco corretto alimentare eccessive aspettative: non sempre il reintervento ha una efficacia paragonabile a quella del primo impianto, soprattutto in termini di recupero funzionale.

La maggiore complicazione della seconda procedura può determinare una maggiore rigidità e quindi un raggio inferiore nei movimenti.
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